Rapina di Ronco sopra Ascona, il “test” del Dna scatena dubbi
Per il momento siamo ancora ai “pare”, alle voci, ai sussurri. Ma sussurri e voci che hanno messo in seria agitazione gli inquirenti sul caso della rapina compiuta nella serata di sabato 31 luglio a Ronco sopra Ascona, dove due uomini avevano sorpreso, immobilizzato ed imbavagliato la 76enne Maria Betté, prelevando dai cassetti almeno 5'000 franchi, alcuni preziosi ed una quantità imprecisata di ori: a nulla sarebbe servito il “test” del Dna effettuato su asciugamani, tovaglioli, nastri ed altri oggetti che gli esperti della Polscientifica, dopo l’allarme lanciato da un vicino di casa dell’anziana e dopo l’intervento delle forze dell’ordine, avevano prelevato seguendo l’ordinaria prassi in situazioni consimili. A nulla nel senso che non sarebbero state trovate tracce organiche dei due giovani, 20 e 21 anni rispettivamente, arrestati nelle ore successive alla rapina; le uniche presenze sarebbero ricollegabili a materiale genetico femminile, cosa persino logica essendo quella l’abitazione della stessa Maria Betté.
Il dubitativo resta d’obbligo; le indagini sull’episodio, che solo per una serie di fortuite coincidenze non ha avuto esiti letali per la vittima della rapina, rimangono aperte e suscettibili di nuovi indirizzi, in particolare per quanto riguarda l’ipotizzata compartecipazione di un terzo soggetto che avrebbe funto almeno da “palo” se non da vero e proprio organizzatore del colpo. Com’è noto, uno dei due giovani è stato rimesso in libertà - senza che le accuse contro di lui siano state dichiarate estinte - alcuni giorni or sono; l’altro, che era stato intercettato a Giubiasco dopo un inspiegabile suo tentativo di forzare il posto di blocco predisposto dagli agenti della Polcantonale, rimane in stato di detenzione preventiva.
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