A margine / Non è una situazione critica? Dipende dai parametri...
Citazione da Denise Efionayi-Mäder, vicedirettrice del “Forum svizzero per lo studio delle migrazioni e della popolazione” all’Uni Neuchâtel, luglio dello scorso anno: “La situazione non è più critica rispetto ad altri anni”. Il parere fu espresso in coincidenza con la diffusione di un dato statistico: 2’254 istanze di asilo presentate nel solo mese di maggio, con un incremento nella misura del 51 per cento rispetto ad aprile, e questo nonostante la linea tendenziale si manifestasse con freccia palesemente all’insù. Solo che si fosse voluto stare alle cifre, un minimo di preoccupazione sarebbe dovuto insorgere: 8’120 le persone che si erano annunciate nel volgere di cinque mesi, elevatissima la quota di eritrei (1’645) e di tunisini (758, per loro era stato dichiarato il respingimento automatico). Sulla falsariga di Denise Efionayi-Mäder, peraltro, si espressero altri soggetti sempre ben disponibili a prestare il volto davanti ad una telecamera.
Non era “critica”, la situazione. Conseguentemente, verrà stimata come “non critica” anche l’evidenza espressa oggi attraverso cifre ufficiali da Berna: nel gennaio 2012 è stato stabilito un nuovo primato da quasi 10 anni a questa parte, con un totale di 2’653 richieste di asilo; per trovare un fenomeno analogo e dalle dimensioni superiori bisogna risalire all’ottobre 2002, quando le istanze furono 3’064. Impressionante il balzo rispetto a dicembre 2011 (più 4.6 per cento), ancor più sorprendente l’esplosione rispetto al corrispondente periodo nello scorso anno (1’235 richieste, più 115 per cento). Il che potrebbe bastare per mettere il silenziatore a quanti ripetutamente hanno sostenuto essere la Svizzera “non più attrattiva” per gli asilanti, o meglio: forse non lo è per gli autentici profughi da situazioni belliche e di oppressione.
Non è il caso che si faccia troppa filosofia. Per quanto riguarda la Svizzera, dall’applicazione funzionale degli “Accordi di Dublino” deriverebbe il mero obbligo di ricevere le richieste di asilo di coloro che non siano transitati da altri Paesi nella cosiddetta “area Schengen”; il che non avviene. Per quanto riguarda la Svizzera, l’avvenuto respingimento dovrebbe chiudere ogni pendenza; il che non avviene, le autorità italiane fissano unilateralmente contingenti e pretendono addirittura che i soggetti siano dirottati sull’aeroporto della Malpensa, una ventina di chilometri la distanza dal confine a Chiasso, sicché lo stesso individuo espulso a mezzogiorno si rimanifesta al valico, in carne ed ossa, la sera stessa. Per quanto riguarda la Svizzera, è già consolidato il fatto che dal numero di sedicenti asilanti sono da espungersi i tunisini (e difatti, nella nota diffusa oggi da Berna, consta che “nessuna persona proveniente da questo Paese ha ottenuto asilo o è stato ammesso provvisoriamente”); il dato fornito è dunque da riportarsi al netto con un calo di 249 unità, e va bene, ma non si comprende quale sia la ragione in forza della quale tali domande vengano in ogni caso ricevute.
Vediamo allora quali siano le provenienze prevalenti: forse dalle Filippine, dove la minoranza cristiana viene massacrata con la complicità (toh, quantomeno con la connivenza) delle autorità? No. Forse dall’Iraq, dove chi appartenga a determinate etnie non se la passa bene, e non da oggi? No. Leggere, oltre a quanto suindicato: 370 dall’Eritrea, 315 dalla Serbia (“perlopiù si tratta di persone appartenenti all’etnia Rom, le cui domande sono quasi sempre respinte”), 145 dalla Macedonia, 186 dalla Nigeria, 123 dalla Siria.
Non viene mai quantificato, ancorché quantificabile sia con uno sforzino contabile, il costo della gestione di queste pratiche, oltre che dei soggiorni “garantiti” in fase di attesa dell’evasione dell’istanza e degli investimenti in materia di strutture, di infrastrutture e di sicurezza pubblica. Per una volta, evitiamo di soffermarci su questo (l’argomento, tra l’altro, è stato sfiorato oggi in Gran Consiglio durante il dibattito sul sostegno ad una specifica iniziativa cantonale rivolta all’Assemblea federale), fermo restando il fatto che prima o poi di cifre s’abbia a discutere. Consideriamo piuttosto il mero saldo: 2’653 sono arrivati, e forse che altrettanti siano stati ritrasferiti verso altri Stati i cui governanti abbiano messo una firma sotto gli “Accordi di Dublino”? Ahem, non proprio. Due terzi, allora? Cala, cala, Trinchetto. La metà, via? Nemmeno. Nel gennaio 2012, 357 in tutto, di cui 248 verso l’Italia. Fate voi la proporzione, ché non si vorrebbe sempre indossare i panni dal macellaio pronto a sfregare sale sulle ferite.
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