L'editoriale / Non più un centesimo agli “umanitari” che fanno politica

L'editoriale / Non più un centesimo agli “umanitari” che fanno politica
Sollecitano - spesso, anche con insistenza che diventa sgradevole - il nostro contributo, e lo chiedono sotto il velame di iniziative che non possono non toccare il cuore delle persone sensibili, quale che sia la loro cultura, quale che sia il loro censo. Poi, e tuttavia, si scatenano in prima fila con operazioni che un costo hanno e che nulla c'entrano con le finalità per cui i soldi vengono raccolti. E quando si prova a chiedere ragione di ciò...

Si presentassero a qualche tornata elettorale in forma di partito o di movimento, non otterrebbero i numeri per portarsi a casa non diciamo una rappresentanza in Consiglio federale, ma nemmeno un municipale a Breggia o ad Acquarossa. Eppure pretendono di avere voce “politica”, e fanno campagna militante, persino con toni aggressivi, contro chi si metta in mente di chiedere il parere del cittadino sovrano su un tema specifico: or che si approssima la votazione sull'“Iniziativa per l'autodeterminazione”, ad esempio, con le affissioni a formati da lancio del nuovo centro commerciale, con gli invii postali e con i comunicati-stampa, ed in blocco sparando ad alzo zero sui promotori dell'iniziativa che per forza di cose è “autolesionista” (toh, l'iniziativa attenta alla sua stessa vita; l'italiano, ragazzi, studiare l'italiano prima di scrivere...) ed “anti-diritti umani”. Su tale fronte, e nelle ultime settimane a crescente veemenza, le varie “Coopi Suisse” (da una cui nota apprendiamo che “gli accordi internazionali sottoscritti, anche se a volte non vengono momentaneamente rispettati, offrono svariate possibilità di esercitare pressione e di intervenire nei Paesi inadempienti”: tesi da “Premio minuetto 2018”, oh, quale grazia e quale stile), “Helvetas” ed “Amnesty international”, per dire di nomi con qualche rilevanza. “Nomi”; e, per meglio dire, “strutture”; e, per meglio dire ancora, “aziende” che ogni giorno, con vari strumenti ed evocando il proprio impegno umanitario, vanno a sollecitare il contributo finanziario dei cittadini. Ecco, per l'appunto è in gioco quel che dalle tasche del singolo esce: contributo che già si svalorizza al netto dei rilevanti costi amministrativi e salariali qualora la questua abbia luogo per tramite di organizzazioni i cui operatori agiscono in sistematico accalappiamento dei passanti in luoghi strategici, ma questa è cosa nota, anche se per conoscere il prezzo della questua - di fatto, una sovrattassa rispetto alla cifra che giungerà a sostegno dell'associazione rappresentata - bisogna saper porre domande puntuali e quasi giungere all'estorsione di tale dato. Ma peggio: la destinazione del contributo a fini propagandistici, e per tesi che uno potrebbe anche non condividere (in altre parole: mi fa piacere il dare una mano a quanti siano meno fortunati di me e ci sto, per dire, se si tratta di costruire una scuola in Ruanda o un pozzo per l'acqua potabile a ridosso del deserto del Kalahari, ma non per questo aderisco al substrato del tuo raccontino in cui ti vien tanta voglia di farmi sentire in colpa per qualcosa di cui non sono responsabile; ed è solo uno degli esempi), si situa all'ultimo posto tra le cose che vengono raccontate, e cioè non viene proprio menzionata. Quanto stia costando il “battage” di certi operatori sedicenti umanitari a danno dell'“Iniziativa per l'autodeterminazione” non è dato di sapere. Nessuna chiarezza viene fatta, per tramite dei canali ufficiali, circa la percentuale di risorse economiche convogliate in affissioni, in pubbliche relazioni, in ore di lavoro del personale che tutto è fuorché volontario, in investimento su coloro che a tutti gli effetti operano come procacciatori di sostenitori ed oggi lavorano per Mario ma domani lavoreranno per Giovanni e quasi mai essendo personalmente iscritti né all'una né all'altra associazione (provate a chiedere l'esibizione della tessera di affiliazione: vi sentirete rispondere che l'hanno lasciata a casa, o che sono iscritti ma in un'altra nazione, e in ultimo svicoleranno dal discorso); nessuna chiarezza perché, ai propagandisti che si presentano come “dialogatori”, spiace oltremodo l'essere colti fuori piazza cioè il doversi confrontare su quel che non è stato loro insegnato con tanto di argomentario. Ebbene: esiste un modo per ricondurre il discorso entro l'alveo della normalità, e lo si conosce anche se di rado lo si applica. Il metodo: niente più denaro in assenza di dichiarazione pubblica, e verificabile, sull'ammontare delle campagne ideate e gestite a soli fini politici e che nulla c'entrano con la foto del bimbo malnutrito, con l'immagine delle mani sanguinanti di qualcuno che deve scavare nel duro per ricavare un fazzoletto di terra coltivabile, con il racconto di un progetto che la solidarietà autentica e non condizionata è in grado di convertire dalla carta alla realtà. Dopodiché, si imporrà e si impone un passo indietro. E non da parte nostra.

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