A margine / Urlano al razzismo. Che in quel caso non c'entrava

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A margine / Urlano al razzismo. Che in quel caso non c'entrava
Negli ambienti del “Palacongressi” di Lugano, tra qualche giorno, l'incontro con Florina Cazacu, figlia dell'operaio Ion Cazacu che nel marzo 2000 perse la vita dopo essere stato dato alle fiamme dal suo datore di lavoro. Vicenda terribile, dal fatto in sé alla lunga agonia della vittima all'odissea dei familiari in vari tribunali (due gradi di giudizio, sentenza annullata in Cassazione, altro processo e verdetto definitivo). Ma con l'evento in quanto tale...

Fra otto giorni da oggi, ovvero sabato 25 marzo, al “Palacongressi” di Lugano parlerà Florina Cazacu. Chi sia Florina Cazacu (nella foto) è presto detto: si tratta della figlia di Ion Cazacu, un ingegnere rumeno giunto in Italia negli Anni '90 e adattatosi a lavorare come manovale in “nero” per il piastrellista Cosimo Iannece, campano trapiantatosi ad Oggiona con Santo Stefano in provincia di Varese (Italia); or sono 17 anni quasi esatti - era un martedì, quel 14 marzo 2000 -, nel mezzo di una discussione o volendola troncare, Cosimo Iannece prese una tanica di benzina, ne rovesciò il contenuto sull'operaio che con altri compagni di lavoro si era presentato per chiedere un po' di arretrati e soprattutto di essere messo in regola, cavò dalle tasche un accendino ed a Ion Cazacu diede fuoco. L'uomo, 41 anni all'epoca dei fatti, divenne torcia e riportò ustioni sul 90 per cento del corpo; un mese più tardi, ad onta del prodigarsi dei medici, egli spirò in un ospedale di Genova.

Da quel momento l'odissea dei familiari: moglie e figlie giunsero in Italia, tra l'altro dovendosi affidare all'aiuto di terzi vuoi per mancanza di denaro vuoi per le trafile burocratiche legate all'espatrio, e tentarono di ottenere giustizia. Cosimo Iannece, che pure aveva intimato il silenzio a quanti dell'omicidio potevano sapere, dapprima provò a sostenere la tesi dell'infortunio, poi dovette ammettere i fatti sia pure cercando di stornare da sé ogni aggravante. Al processo, celebrato nel Tribunale di Busto Arsizio e giudice Olimpia Bossi, prima sentenza in data di lunedì 19 marzo 2001: Cosimo Iannece fu condannato al carcere per 30 anni, risultando riconosciuto l'omicidio (in forma premeditata, per di più) ma non la violazione delle normative sul lavoro. Verdetto confermato a tutto tondo in secondo grado, ma annullato in Cassazione - e siamo a venerdì 23 maggio 2003, 38 mesi ed una settimana abbondante dopo i fatti - con rinvio a giudizio dell'autore del delitto. Il processo viene ricelebrato a Milano, direttamente davanti alla terza Corte d'assise d'appello, presidente Santo Belfiore: a Cosimo Iannece, che probabilmente su consiglio dei legali ha optato nel frattempo per il rito abbreviato e dunque per lo sconto automatico di un terzo della pena da irrogarsi, viene riconosciuto l'omicidio volontario semplice, ovvero senza aggravio dell'aver agito per futili motivi che era stato invece richiesto dalla pubblica accusa: sarebbero 24 anni, togli un terzo, condanna al carcere per 16 anni. Remissione effettiva in libertà, dopo 10 o 12 anni: il che avvenne.

Odioso il crimine, odioso ed esecrabile oltre ogni misura; ma non si trattò di un crimine d'odio. Le carte del processo parlano di tutto - e, si creda, sono tutte cose che danno il voltastomaco: Ion Cazacu venne considerato dal suo carnefice alla stregua di un oggetto - fuorché di un atto perpetrato in nome della persecuzione per motivi razziali, ossia per una presunta superiorità che Cosimo Iannece avrebbe in tal modo voluto esplicitare sul manovale rumeno. Le leggi tricolori, all'epoca, non consideravano tale eventualità; valutato l'esito del dibattimento, tuttavia, il giudice non avrebbe potuto ignorare un simile fatto. In altre parole: Cosimo Iannece avrebbe fatto la stessa ed identica cosa anche se a pretendere soldi ed un inquadramento almeno ai minimi sindacali fosse stato l'apprendista piastrellista di Cuggiono o di Pescasseroli, per dire di due luoghi dell'Italia reale. Quel che passasse nella sua mente, sia chiaro, non possiamo sapere; si resta all'evidenza processuale, si resta al verdetto, si resta alle motivazioni della sentenza. Omicidio volontario, nessuna aggravante, esclusi persino - si sottolinea - i futili motivi. Uno reclamava diritti sacrosanti, l'altro temeva forse una denuncia alla magistratura o, si disse a quel tempo, sospettava che Ion Cazacu e gli altri, una volta regolarizzati, gli avrebbero scippato un appalto importante nella zona.

Di tutto ciò si deve sapere, con il pieno ed incondizionato rispetto per Florina Cazacu (che sulla vicenda sollecitò anche l'attore Dario Fo, tanto che a distanza di una quindicina di anni presero forma il libro-intervista dal titolo “Un uomo bruciato vivo-Storia di Ion Cazacu” ed una rappresentazione teatrale), alla vigilia dell'evento. Che qualcuno, con scelta discutibile e tra l'altro ottenendo il sostegno del Cantone e della Città di Lugano, cerca di contrabbandare come tempo forte nella “Settimana contro il razzismo”. Problema reale, il razzismo, senza discussione alcuna; ma non su questo caso, non su questa pur commovente testimonianza.

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