A margine / Miracolo: Berna scopre che Mario Martinoni fu un eroe

A margine / Miracolo: Berna scopre che Mario Martinoni fu un eroe
“Servì fedelmente la Svizzera come cittadino e come soldato”: 65 anni dopo aver salvato Chiasso ed il Ticino dal rischio di essere coinvolti in un bagno di sangue sul finire della Seconda guerra mondiale, il colonnello ticinese ottiene una sorta di “riabilitazione” dalle autorità federali. Le quali, già che sono entrate sull’argomento, bene faranno a restituire anche ad altri il dovuto merito. Ed a non falsificare la realtà, una volta ancora.

Chi abbia studiato un po’ di storia di questo beneamato Paese, chi non si rifiuti di difendere la memoria degli avi ma anche di salvaguardare quella dei quasi contemporanei, su Mario Martinoni ha sempre avuto un’opinione precisa e netta: il 28 aprile 1945 egli preservò Chiasso e le zone limitrofe da un bagno di sangue che si profilava stante l’indisponibilità delle forze armate germaniche, ormai schiacciate contro il confine, ad arrendersi agli Alleati. Lo fece piombando su Como, con i gradi di colonnello dell’Esercito svizzero, e spendendosi senza riserve per ottenere la cessazione delle operazioni belliche: come noi sappiamo, come sanno proprio a Chiasso (dove il 65.o anniversario è stato celebrato degnamente a fine aprile), come dovrebbero sapere tutti. E come Berna si rifiutò di riconoscere, esautorandolo dal comando e cioè praticamente cacciandolo da ogni incarico di servizio, per le solite “ragioni superiori”, con un confinamento a sole attività amministrative.

Così sino ad oggi, sino a stamane: quando - riferiamo con le parole dell’ufficialità, ed è il massimo che venga concesso - è stato accolto il senso di una mozione venuta da Filippo Lombardi, consigliere agli Stati. Espressioni testuali con sole interpolazioni per facilitare la comprensione: “È appurato che Mario Martinoni facilitò la resa delle forze tedesche agli americani, riducendo nel suo settore la pressione dei germanici per un internamento in Svizzera che, secondo gli ordini, egli non poteva accettare… Le considerazioni umanitarie dovevano prevalere sulle preoccupazioni della politica di neutralità… A causa di modifiche dei dispositivi militari concomitanti con i problemi di salute di Mario Martinoni, si è generata l’impressione secondo cui il colonnello non avrebbe agito secondo scienza e coscienza… Il Consiglio federale concorda con le autorità il Canton Ticino e con quelle del Municipio di Chiasso nell’esprimere gratitudine verso un uomo che ha servito fedelmente la Svizzera come cittadino e come soldato”.

Tutto qui? Questo è il ringraziamento, in questi termini sta la “riabilitazione”? Spiacenti: non basta. Non basta perché in 10 righe, vale a dire tutto quanto la Berna federale è disposta a concedere, sono condensate espressioni di prammatica ma anche falsità che vengono e verrebbero perpetuate. Per esempio: Mario Martinoni, all’epoca 48enne, in qualità di comandante del Reggimento di fanteria di montagna 32, agì non di testa sua ma su preciso - ancorché segreto - mandato del Governo; di questo non viene fatta menzione. Ridicolo poi l’affermare che egli semplicemente “facilitò la resa delle forze tedesche agli americani”; in realtà Mario Martinoni, nella circostanza affiancato da quel Bruno Regli che era suo aiutante di campo e che nell’ottobre 1944 era dovuto intervenire energicamente - e con successo - ai Bagni di Craveggia proprio contro i tedeschi, ottenne personalmente la deposizione delle armi da parte di circa 450 tra soldati ed ufficiali della “Wehrmacht” e della Marina germanica ormai addossatisi alla frontiera sul punto di valico stradale, garantendo loro la consegna agli statunitensi del maggiore Joseph McDivitt anziché ai russi. Parimenti risibile la scusante delle presunte “modifiche dei dispositivi militari”: Mario Martinoni venne silurato da Herbert Constam, colonnello alla testa del Terzo corpo d’armata, per “abbandono del posto di comando”, ma lo stesso Herbert Constam era all’oscuro dell’incarico ricevuto dal militare ticinese, ed indegno fu il comportamento dell’autorità politica federale nel far finta di nulla per evitare che venisse alla luce altra operazione in corso. Vergognoso infine l’accenno alla “concomitanza con i problemi di salute”; Mario Martinoni entrò effettivamente in depressione (ne andò di mezzo anche il matrimonio con la francese Rose Augustine Louise Auzoux, sposata nel 1919 a Parigi dove egli, partito da Minusio cinque anni prima per cercare lavoro, si era stabilito), ma soltanto dopo l’avvenuta rimozione dal comando e dopo che il suo ricorso al generale Henri Guisan era stato respinto o nemmeno preso in considerazione. Dopo, non “in concomitanza”. Si dovrebbe aggiungere: non volontariamente egli venne ammesso alle cure psichiatriche, ma per atto d’imperio, ossia con un ordine di internamento.

Esiste un’ampia letteratura a sostegno di quanto qui enunciato: per ristabilire la verità di cronaca si mossero e continuano a muoversi storici, giornalisti e semplici appassionati, e del resto lo stesso Joseph McDivitt giunse in aprile sul confine per partecipare all’evento organizzato dalle autorità municipali e testimoniò nuovamente, con lucidità estrema, su quel che era realmente accaduto. Di quel che dunque avvenne, nell’odierna risposta alla mozione di Filippo Lombardi, non viene fatta menzione. Ecco perché, 65 anni dopo i “Fatti di Chiasso” e 29 anni dopo la morte di Mario Martinoni, la ferita si allarga anziché rimarginarsi; ecco perché qui si esprime una violenta, rigorosa e doverosa censura alle 10 righe 10 con cui qualcuno pretende di liquidare la pendenza; ecco perché, se i parlamentari ticinesi vogliono davvero essere rispettati da Berna, a loro si chiede di coalizzarsi e di esprimere una formale richiesta di accertamento dei fatti, anche per rendere il giusto merito ad altri che in qualche modo ebbero parte agli eventi. Non serve molto, non serve nulla, nemmeno un’apposita commissione di studio. Serve invece che le autorità federali ammettano come prove quelle che sono prove, e che non pensino di cavarsela all’ingrosso.

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